Chi è Valerio Scoppa?
Non amo parlare di me stesso, preferisco che siano gli altri a farlo. Sono una persona cresciuta seguendo principi fondamentali trasmessi dai miei genitori, che fin dall’infanzia mi hanno insegnato il rispetto profondo verso il prossimo. Nel mio campo professionale, come direttore di una grande struttura sanitaria, questo insegnamento si traduce nel massimo rispetto e nell’attenzione per ogni singolo paziente che affluisce quotidianamente da noi.
Parliamo di una realtà eccellente del nostro territorio: il Centro Aktis di Marano di Napoli.
È una struttura fondata da mio padre Gianfranco più di quarant’anni fa e che oggi ha raggiunto livelli di rilievo e di eccellenza assoluti. Ho vissuto la nascita e lo sviluppo del centro nell’arco di tutta la mia vita, vedendo crescere giorno dopo giorno, fin da quando ero bambino, quella che si sarebbe rivelata un’importante realtà per la sanità campana e del Mezzogiorno.
Da bambino che lavoro sognavi di fare?
Da bambino non pensavo assolutamente di fare quello che faccio oggi. Come tutti i bambini avevo dei sogni: ero un grande appassionato di motori, sia di auto che di moto. È una passione che conservo intatta ancora oggi, tant’è vero che custodisco gelosamente tutte le moto di quando ero ragazzo, compresa la mia prima minimoto di quando avevo meno di dieci anni. Sognavo probabilmente di fare il pilota di Formula 1. Poi, crescendo, è arrivata la consapevolezza del percorso che dovevo intraprendere. Vedere sul campo i sacrifici quotidiani di mio padre per costruire l’azienda e la dedizione di mia madre alla famiglia e alla crescita delle persone mi ha fatto capire quale fosse la mia vera strada.
Tu parli sempre di “pazienti” e mai di “clienti”, sottolineando l’importanza del capitale umano. Che rapporto aveva tuo padre con la struttura e con chi la frequentava?
Mio padre diceva sempre che le persone non vengono da noi per scelta o per divertimento, ma perché hanno una necessità di salute. Per questo motivo devono trovare un ambiente armonioso ed essere seguite con attenzione da quando entrano a quando completano gli esami o i trattamenti. Mio padre visitava i pazienti fino a pochi giorni prima di mancare, andava anche a casa loro. Diceva che il paziente, oltre alla patologia, va curato e accompagnato nell’anima. Quando è venuto a mancare nel 2010, il centro contava circa cinquanta dipendenti. In quel momento di forte smarrimento mi sono aggrappato a loro: il personale mi ha fatto crescere professionalmente. Oggi siamo diventati quasi duecento persone e continuo a credere fermamente che il capitale umano sia il vero motore di qualsiasi azienda.
Da dove nasce il nome “Aktis”?
Mio padre era un uomo di straordinaria cultura, medico oncologo, radioterapista e radiologo con diverse specializzazioni, appassionato di greco e latino. Diede alla struttura il nome “Aktis”, che in greco significa “raggio”, un richiamo nobile alla radiologia e alla radioterapia. Iniziò da un piccolissimo studio dove faceva tutto da solo: accettazione, radiografie e sviluppo delle lastre in camera oscura. Poi ci fu il passaggio a una seconda sede e infine all’attuale struttura, con l’inserimento della prima TAC, della risonanza e del reparto di radioterapia. Quando fu introdotta la legge sull’incompatibilità, si dimise dal Pascale per dedicarsi totalmente al Centro Aktis, costruendo qui ciò che la burocrazia pubblica spesso limita.
Quando hai capito che il tuo posto era alla guida del centro?
Nel 2008, quando mio padre si è ammalato. L’ingresso alla guida è avvenuto in modo naturale e al contempo doloroso. Mio padre è venuto a mancare il 19 giugno 2010; il 20 abbiamo celebrato i funerali e il 21 giugno sono diventato ufficialmente l’amministrtore. La responsabilità che sentivo era enorme: portare avanti la reputazione di un gigante come mio padre, tutelare i suoi enormi sacrifici e garantire il futuro a cinquanta famiglie. Il mio primo giorno ho iniziato ascoltando e guardando negli occhi le persone: ci siamo stretti tutti insieme con l’obiettivo comune di continuare a crescere e portare avanti il suo sogno.
Cosa significa per te essere un leader e come gestisci la tecnologia nel centro?
Essere leader significa avere rispetto per tutti, ascoltare le esigenze dei collaboratori ed essere sempre d’esempio, senza mai sentirsi un “padrone”. Quando introduciamo un nuovo macchinario dotato delle migliori tecnologie al mondo o dell’intelligenza artificiale più avanzata, vedo l’entusiasmo negli occhi di medici e tecnici. Doto la struttura scegliendo le apparecchiature come se dovessi andarmi a curare io stesso, pretendendo solo l’eccellenza.
Voi svolgete anche un’importante attività di cooperazione e donazione di macchinari all’estero. Ci racconti questo impegno?
Sostituiamo le nostre apparecchiature ogni cinque o sei anni per avere sempre l’avanguardia tecnologica, anche se la vita media di una macchina è molto più lunga. Rifiuto di svenderle sul mercato commerciale; preferiamo donarle a strutture che non possono permettersi una sanità avanzata. Da dieci anni collaboriamo con gli ospedali di Cuba, dove abbiamo già inviato due TAC e due ecografi, permettendo loro di fare ecografie alle donne in gravidanza, e inviamo aiuti anche in Camerun. È un arricchimento umano e professionale straordinario.
Come vedi il futuro del Centro Aktis e il rapporto tra sanità pubblica e privata accreditata?
In Campania la sanità privata accreditata è fondamentale: eroghiamo un servizio pubblico a tutti gli effetti per i cittadini. Spero ci sia sempre più sinergia e un tavolo di confronto sistematico e strutturale con la Regione per mettere la nostra esperienza sul campo al servizio della collettività, perché l’obiettivo unico deve rimanere sempre la tutela della salute del paziente. Per il futuro di Aktis prevedo un consolidamento dell’eccellenza e un ampliamento con nuove sedi sul territorio regionale.
Quale messaggio ti senti di lasciare ai giovani e alla tua squadra?
Ai giovani universitari consiglio di specializzarsi e fare master tecnici specifici nel settore sanitario per comprendere a fondo le dinamiche e le prospettive di questo lavoro. Agli startupper dico di credere fortemente nei propri progetti senza farsi spaventare dalle inevitabili difficoltà burocratiche. Alla mia squadra dico un grazie infinito: se abbiamo raggiunto traguardi straordinari è soprattutto merito loro, che non hanno mai fatto mancare il supporto necessario e i principi che il nostro fondatore ci ha regalato. E alle mie tre figlie auguro di poter un giorno proseguire questo cammino, portando avanti la struttura fondata dal nonno con la stessa passione e gli stessi valori di sempre.