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Bianco Tommaso

Tommaso, partiamo dalle origini. Che bambino eri?
Ero un bambino timido, molto introspettivo. Dentro di me convivevano la malinconia di mia madre e l’umanità semplice di mio padre. Sono nato nel 1943, durante le Quattro Giornate di Napoli, e sono cresciuto tra Secondigliano, l’aeroporto e le campagne che allora ancora circondavano la periferia. Quelle atmosfere me le porto addosso ancora oggi.

Quanto hanno contato le tue origini nella tua arte?
Totalmente. Io vengo da una famiglia di contadini e commercianti. La periferia napoletana mi ha insegnato a osservare le persone, i silenzi, la fame, la dignità, le contraddizioni. Tutto quello che ho fatto nasce da lì. Gli artisti veri raccontano il proprio vissuto.

Che rapporto avevi con i tuoi genitori?
Mamma era una donna molto sensibile, quasi malinconica. Papà invece era più aperto, amava stare con la gente, scriveva poesie ed era profondamente pacifista. Da loro ho preso tanto: la fragilità emotiva e la voglia di comunicare.

Quando hai capito che il teatro sarebbe stato la tua vita?
Attraverso Raffaele Viviani. Mi colpiva perché raccontava il popolo vero, quello che conoscevo io. In quei personaggi rivedevo la mia terra, la periferia, la fatica, i contadini, i vicoli. Da lì è nato tutto.

E poi arriva Eduardo De Filippo.
Eduardo è stato il mio maestro vero. Con lui non imparavi soltanto a recitare: imparavi a vivere il teatro. Diceva che il teatro non si studia sui libri ma facendolo. Sul palco ti insegnava il ritmo, il silenzio, la misura, la verità.

Che esperienza è stata lavorare accanto a lui?
Un privilegio enorme. Eduardo osservava tutto: il tono della voce, i movimenti, perfino il respiro. Era introspettivo perché nelle sue opere raccontava sé stesso e la sua famiglia. “Filumena Marturano”, ad esempio, nasceva anche dalla sua storia personale.

Ti sei mai sentito suo erede?
No, perché nessuno può essere l’erede di Eduardo. Però negli anni Settanta ero considerato una voce diversa nel teatro napoletano perché non imitavo nessuno. Cercavo una mia autenticità.

Hai parlato spesso di Pulcinella. Che rapporto hai con questa maschera?
Pulcinella non rappresenta solo Napoli: rappresenta l’uomo. Dentro quella maschera convivono ironia, dolore, fame, sopravvivenza, intelligenza. Eduardo diceva che Pulcinella appartiene all’umanità intera. Forse per questo mi ci sono ritrovato naturalmente.

Molti dei tuoi personaggi sono diventati iconici. Come li costruivi?
Li interiorizzavo completamente. Ogni personaggio diventava una contaminazione tra scrittura e mia umanità. Se quelle parti le avessero interpretate altri attori sarebbero state cose diverse, perché io ci mettevo dentro la mia storia.

Mario Monicelli ha avuto un ruolo importante nel tuo cinema.
Monicelli è stato uno dei più grandi registi italiani. Aveva un’intelligenza straordinaria e una grande umanità. Non imponeva mai il personaggio: lo faceva nascere insieme all’attore. Con lui ho fatto film importanti come “Parenti serpenti” e “Amici miei – Atto II”.

Che attore era Tommaso Bianco secondo Monicelli?
Credo apprezzasse la mia autenticità. Diceva che portavo nei personaggi una verità popolare difficile da costruire artificialmente.

Hai lavorato anche con Luciano De Crescenzo.
Sì, e Luciano era un osservatore straordinario della napoletanità. “Così parlò Bellavista” e “32 dicembre” sono rimasti nell’immaginario collettivo proprio perché raccontavano Napoli con ironia e umanità.

Che ricordo hai di Totò?
Non ho lavorato direttamente con lui perché morì poco prima che iniziassi con Eduardo, ma Totò è stato un maestro assoluto. Chaplin stesso lo ammirava. Dietro la comicità aveva un’anima profondissima e una sofferenza autentica.

E di Nino D’Angelo?
Con Nino condivido le stesse origini popolari. Lui ha raccontato la periferia attraverso la musica come altri l’hanno raccontata attraverso il teatro. Gli artisti non possono dimenticare da dove vengono.

Parli spesso della periferia come di un luogo dell’anima.
Perché la periferia ti resta dentro. Io a ottant’anni sono tornato a vivere a Secondigliano proprio per ritrovare le mie origini. Quando si invecchia si sente il bisogno di tornare ai luoghi dell’infanzia.

Napoli viene spesso definita un teatro a cielo aperto. Sei d’accordo?
Assolutamente sì. Napoli è improvvisazione continua, è umanità, è musica, è contraddizione. La gente qui recita senza sapere di recitare. Eduardo lo diceva benissimo: Napoli è un teatro naturale.

Cos’è per te l’improvvisazione?
Essere sé stessi. L’improvvisazione appartiene al nostro DNA artistico sin dai tempi della Commedia dell’Arte. Pulcinella, Arlecchino, Brighella: erano personaggi che nascevano dalla vita vera e dalla capacità di reinventarsi continuamente.

Che città è oggi Napoli?
Napoli è l’epicentro dell’umanità. Qui convivono bellezza, dolore, musica, religione, superstizione, arte e contraddizioni sociali. È una città che non puoi spiegare fino in fondo: la puoi solo vivere.

Che consiglio daresti a un giovane che vuole fare l’attore?
Di non imitare nessuno. Gli attori devono partire dalla propria verità umana. A Napoli recitare è quasi naturale, ma serve autenticità. Senza quella non resta niente.

Vuoi chiudere con una poesia?
Io nun ’o saccio che songhio stato primma, pecora, ciuccio o forse nu serpente. E doppo ca saraggio, sinceramente, forse nu sciore, forse viento ’e primma. Ma pe’ tutto che songhio stato e songhio, cu tutto ’o bbene e tutto ’o malamente, io resto appaciato cu ’sta gente, pecché so’ nato e campato a Napule.” RaffaeleViviani

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