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Petrazzuolo Luigi

Chi è Luigi Petrazzuolo?
Sono un production sound mixer — in italiano comunemente “fonico di presa diretta” — e un sound designer. Come libero professionista, registro i suoni sul set nella maniera migliore possibile e, nella catena del montaggio del suono, creo tutti quegli elementi necessari affinché un film prenda vita dal punto di vista acustico. Come sound designer, “dipingo” il suono dei prodotti audiovisivi: parlo con il regista e decidiamo insieme come valorizzare la storia attraverso l’universo sonoro. Inoltre, ho una società che crea suoni che non esistono o li colleziona in librerie da vendere a produzioni terze. Pensiamo allo spazio in Star Wars: fisicamente lo spazio non propaga suono, eppure un sound designer ha deciso che quel silenzio andava riempito con il rumore delle navicelle o il sibilo dei raggi laser. Noi facciamo questo: misceliamo elementi insospettabili — come un frullatore, un verso di uccello e un rombo di motore — per dare un’identità acustica all’inesistente. Il suono è il vero linguaggio delle emozioni: mentre l’immagine accompagna la narrazione, il suono vi ci immerge. Se qualcosa ci disturba possiamo chiudere gli occhi, ma non possiamo scegliere di non sentire.

 

Questa riflessione ci porta a una domanda spontanea: qual è il tuo rapporto con il silenzio?
Il silenzio è uno strumento potentissimo. Nella psicoacustica il silenzio è a tutti gli effetti un suono, proprio come il nero è un colore. Saper usare il silenzio è fondamentale. Immaginiamo un campo lungo dall’alto su una città caotica: lo spettatore si aspetterebbe il rumore del traffico. Se escludiamo tutto e lasciamo udire solo il grido isolato di un corvo, chi guarda cercherà istintivamente nel fotogramma l’origine di quel suono. Ho appena creato una connessione profonda con lui. Il silenzio può essere intimo, terrificante o dirompente. Meglio il silenzio di mille altri rumori inutili.

 

Il tuo percorso professionale è straordinario, ma da dove ha origine? Come ti sei affacciato a questo lavoro così di nicchia?
Da bambino non immaginavo nemmeno che esistesse una professione simile. Ho fatto il liceo classico e pensavo che sarei diventato un avvocato, un medico o un architetto. La mia famiglia purtroppo non navigava nell’oro e non poteva pagarmi l’università. Ho deciso quindi di mettermi a lavorare per pagarmi gli studi. Mi iscrissi a Ingegneria. Provai il test di Architettura al Politecnico di Milano ed ero stato ammesso, ma non potevo permettermi di vivere a Milano. Addirittura riuscii a entrare nell’Accademia di Renzo Piano, ma dovetti rinunciare. Rimasi a studiare Ingegneria, portando avanti la mia seconda grande passione: la musica. Ero molto introverso e la musica era il mio linguaggio per esprimere quel disagio derivante dai sacrifici quotidiani che i miei coetanei non affrontavano.

 

Hai fratelli o sorelle? In quel contesto di sacrifici giovanili, come sei riuscito a trovare la tua strada?
Ho una sorella. In quegli anni avevo molta difficoltà a esprimere il mio disagio: il dover lavorare per campare, il dovermi pagare gli studi, il fare sacrifici enormi che i miei coetanei non dovevano nemmeno immaginare. Mi ero un po’ chiuso dietro le mie maschere. La musica divenne il mio linguaggio universale, una forma di dialogo intimo per superare quell’isolamento. Mi piaceva moltissimo l’ambiente psichedelico, la musica elettronica che usa suoni non canonici per raccontare.

 

Come sei passato poi concretamente da quella passione giovanile per la musica elettronica alla fonica di set e al cinema?
Suonavo il basso elettrico, ma decisi di passare al contrabbasso classico: per me era come una donna formosa di cui innamorarsi fisicamente. Riuscii a entrare al Conservatorio di Napoli, poi mi trasferii al Santa Cecilia di Roma e infine tornai a Napoli per studiare Musica Elettronica. Sentivo l’esigenza non tanto di essere un mero esecutore di spartiti, quanto di creare la materia sonora. Mi sono diplomato all’estero, presso la Harris University, e ho conseguito due master: uno in musica elettronica alla NATA Academy di Napoli — dove oggi insegno “Registrazione del suono in presa diretta” — e un secondo master in ingegneria del suono applicata ai prodotti audiovisivi. Da lì a diventare fonico per il cinema il passo è stato guidato dal desiderio di manipolare e registrare il suono reale.

 

Oggi insegni a tanti giovani. Qual è il consiglio principale che ti senti di dare loro?
Suggerisco di non pretendere di essere già fonici pronti dopo un corso. Dico sempre di ragionare per micro-obiettivi. Se guardi l’intera montagna da scalare rischi di spaventarti e arrenderti. Se invece impari a festeggiare ogni piccolo traguardo quotidiano — come aver capito un singolo tasto — ti ritroverai in cima alla vetta senza nemmeno accorgertene. Bisogna sviluppare inizialmente competenze trasversali e “orizzontali”, per poi verticalizzarsi sul campo. Bisogna essere dinamici e flessibili: se oggi vuoi fare il fonico di set, domani potresti scoprire che la tua vera vocazione è il sound design.

 

Non avere subito tutti gli strumenti a disposizione ti abbia reso più forte?
Mi ha donato una dote preziosa: la resilienza. Cadere e doversi rialzare è frustrante, ma ti insegna l’arte di arrangiarsi, tipica del background napoletano. Non poter accedere subito alle attrezzature più all’avanguardia mi ha costretto a sviluppare una determinazione feroce. Mi presentavo con una “faccia di bronzo” positiva, chiedendo come potessi essere utile. La mancanza di mezzi aguzza l’ingegno molto più dell’abbondanza.

 

Come si è materializzato il passaggio dalle sale prova al mondo del cinema?
A 16 anni gestivo una sala prove: il patto era che potevo usarla a patto di fare accoglienza ai gruppi musicali. Poi andai a bussare alla porta di un’etichetta discografica. Entrai “di piatto” e in breve tempo divenni il fonico principale, firmando dischi e sviluppando una sensibilità acustica acutissima. Sentivo il suono come un partner fisico, una donna da corteggiare. Ma a un certo punto sentii il richiamo del cinema. Il mio amore per la settima arte nacque guardando Whiplash al conservatorio. Iniziai lavorando nella post-produzione, ma mi sentivo limitato. Un giorno un regista mi disse: “Luigi, perché non vieni sul set a registrarlo direttamente tu il suono? Sai perfettamente cosa serve”. Accettai la sfida. Fare il primo film come fonico di presa diretta è stato un elettroshock creativo: ho capito che la creazione del suono inizia sul set, non dopo. Da lì il passaparola ha fatto il resto.

 

C’è un aneddoto straordinario legato a un tuo mentore e alla ricerca dei “gabbiani napoletani”. Ce lo racconti?
Lavoravo in post-produzione su un film ambientato a Napoli. Dovevo inserire il suono dei gabbiani in una scena sul mare. Presi una classica libreria sonora e la inserii. Il sound designer capo mi disse: “Luigi, questi non sono gabbiani napoletani. I gabbiani a Via Caracciolo o a Scampia non cantano così. Rifai tutto”. Rimasi spiazzato. Per giorni camminai per la città facendo “turismo sonoro”, registrando i gabbiani locali e studiando come il loro verso risuonasse nei vicoli. Alla fine riuscii a ricostruire l’esatta impronta acustica partenopea. Quell’esperienza mi ha insegnato l’importanza del dettaglio e dell’ascolto profondo. Invito tutti a riscoprire l’arte dell’ascolto: ascoltate i rumori del mondo, le inflessioni della voce, le sfumature emotive. È lì che risiede l’empatia.

 

Luigi, per concludere, cosa serve per diventare un’eccellenza nel proprio settore e farsi strada oggi?
Il talento innato è solo l’1% o il 5% del successo. Tutto il resto è determinazione, pazienza e la disponibilità a sbucciarsi le ginocchia. Non abbiate paura di cadere, studiate in modo approfondito senza mai essere superficiali. Imparate le lingue straniere, perché il mercato internazionale corre velocissimo, e soprattutto innamoratevi follemente di ciò che fate. Solo la passione vi permetterà di cercare la perfezione in un singolo, impercettibile dettaglio sonoro.

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