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Capone Daniele

Daniele, partiamo dalle origini: che infanzia hai vissuto e quali sono stati i primi segnali della tua attitudine imprenditoriale?
Sono cresciuto in una famiglia semplice ma molto solida nei valori. Mio padre è un consulente tecnico, un geometra, mentre mia madre ha lavorato per anni in amministrazione prima di dedicarsi alla famiglia e poi tornare al lavoro. Io e mio fratello siamo stati educati con una forte cultura del sacrificio e dell’impegno. Non avevo idea di cosa fosse davvero l’imprenditoria, ma mi affascinava l’idea di costruire qualcosa di mio. Ricordo con grande nostalgia le vacanze in famiglia e soprattutto le domeniche dai nonni: momenti di vera convivialità, che oggi rappresentano la base del mio approccio professionale.

La convivialità è un elemento centrale nella tua visione?
Assolutamente sì. È qualcosa che ho interiorizzato senza rendermene conto. Stare a tavola, condividere, creare momenti di connessione: tutto questo oggi è diventato il cuore del mio lavoro. È un concetto semplice ma potentissimo.

Quando hai iniziato a trasformare questa inclinazione in un percorso concreto?
È stato un processo naturale. Ho sempre sentito il bisogno di lavorare, già da giovanissimo. Volevo avere una mia indipendenza, anche minima. Ho fatto tanti piccoli lavori, ma quando mi sono avvicinato al mondo del beverage ho percepito qualcosa di diverso. Ricordo ancora la prima volta che sono stato pagato dopo una serata dietro il bancone: erano pochi euro, ma la soddisfazione era enorme. In quel momento ho capito che quella passione poteva diventare una strada.

Hai avuto qualcuno che ti ha guidato lungo questo percorso?
Sì, più persone. Dai primi professionisti che mi hanno insegnato il mestiere, fino ai miei genitori, che considero mentori silenziosi. Anche se non conoscevano il mio settore, mi hanno trasmesso valori fondamentali. Poi, con esperienze più strutturate, come la collaborazione con Gambero Rosso, ho incontrato figure che mi hanno aiutato a crescere come professionista e come imprenditore.

Secondo te imprenditori si nasce o si diventa?
Si diventa. Si può avere una visione, un sogno, ma quando inizi davvero ti scontri con la realtà: burocrazia, responsabilità, investimenti. È lì che inizi a costruirti come imprenditore. È un percorso continuo, fatto di errori e di apprendimento costante.

Entriamo nel tuo mondo: cos’è per te un cocktail?
È molto più di una miscela di ingredienti. Per me è emozione, è esperienza. Dietro un cocktail c’è un momento da vivere, un ricordo da evocare. Il mio obiettivo è creare convivialità. La tecnica è importante, ma deve restare uno strumento. Se si perde la semplicità nella fruizione, si perde tutto.

Il mondo del beverage è fortemente influenzato dalle mode. Quanto contano?
Contano tantissimo. Ogni epoca ha i suoi simboli: oggi viviamo nell’era del gin, ma in passato ci sono stati altri protagonisti. Cinema, marketing e abitudini sociali influenzano molto. Però alla base deve sempre esserci una cultura del prodotto.

Parliamo di vino: quanto incide il marketing?
Incide molto. Un buon prodotto senza una buona comunicazione rischia di non emergere. In Italia abbiamo eccellenze incredibili, ma spesso non le valorizziamo abbastanza. Penso alla Campania, che ha una biodiversità straordinaria. Eppure, spesso guardiamo altrove. La verità è che oggi si può bere bene anche con 15-20 euro, basta avere consapevolezza.

Arriviamo alla tua realtà imprenditoriale: come nasce Granafine?
Nasce dall’esigenza di unire tutto quello che avevo costruito negli anni. A un certo punto mi sono fermato e ho detto: ho gli elementi, devo creare qualcosa di mio. Siamo partiti con l’event bar catering, in un momento in cui a Napoli era ancora poco diffuso. Poi, passo dopo passo, il progetto si è evoluto: eventi, consulenza, e presto anche e-commerce. È una realtà in continuo divenire.

Intervistatore: Come lavori con i tuoi clienti?
Parto sempre dall’ascolto. La prima domanda è: “Raccontami il tuo evento”. È fondamentale capire la visione del cliente. Il nostro compito è tradurre quella visione in qualcosa di concreto. Non imponiamo un’idea, ma costruiamo insieme un’esperienza su misura.

Qual è stata la richiesta più complessa che hai ricevuto?
Una volta mi chiesero di organizzare un evento per 200 persone su una terrazza minuscola. Era chiaramente impossibile. Ma invece di dire no, abbiamo lavorato per trovare una soluzione. Fa parte del nostro lavoro: trasformare idee, anche irrealistiche, in qualcosa di realizzabile.

Prima mi hai parlato di un evento di Marinella. Cosa significa lavorare a stretto contatto con un uomo che con la sua arte ha portato la napoletanità e la cultura della tradizione sartoriale in tutto il mondo?
È stato un momento bellissimo e di grande prestigio per il mio percorso. Al di là dell’aspetto mediatico, per me è stata una soddisfazione molto personale. Era un evento importante, con oltre 1500 persone, quindi anche molto impegnativo dal punto di vista organizzativo: gestione del personale, logistica, rapporto con il cliente. È stato un lavoro complesso, ma è andato tutto molto bene. Lo considero un grande orgoglio, ma anche solo un punto di partenza.

Che ruolo hanno oggi gli eventi, in un mondo sempre più digitale?
Sono fondamentali. Dopo il Covid abbiamo capito quanto sia importante il contatto umano. Gli eventi rappresentano il luogo dove si creano relazioni autentiche. Credo che il futuro sarà sempre più orientato verso esperienze reali e condivise.

Che consiglio daresti a un giovane che vuole intraprendere oggi l’attività imprenditoriale?
Di non fermarsi alle difficoltà e di restare curioso. Lo studio è importante, ma non basta. Bisogna mettersi in gioco, osservare, ascoltare. E soprattutto sognare. Anche quando sembra difficile, il sogno è ciò che ti tiene in movimento.

Quanto conta l’educazione in questo percorso?
Tantissimo. È la base di tutto. Siamo esseri sociali, lavoriamo con le persone. Avere valori solidi e saper costruire relazioni è fondamentale. Non basta essere preparati tecnicamente, bisogna essere persone all’altezza.

Guardando al futuro, cosa vuoi fare “da grande”?
Continuare a fare quello che amo, senza pormi limiti. Voglio crescere, evolvermi e divertirmi. Non voglio mai sentirmi arrivato.

Chi vuoi ringraziare per il tuo percorso?
La mia famiglia, che mi ha dato tutto senza nemmeno rendersene conto. Le persone che hanno creduto in me, anche quando ero una scommessa. E tutte le esperienze, belle e brutte, che mi hanno formato.

Se potessi parlare al te stesso tra vent’anni?
Gli direi: spero che ti sia divertito e che tu sia felice.

Grazie Daniele.
Grazie a voi.

capone

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