Benvenuti Raffaele e Ylenia.
Grazie, è un piacere essere qui.
Chi è oggi Raffaele Canneva?
Una persona che ha sempre creduto nel sacrificio, nella volontà e nella possibilità di raggiungere i propri obiettivi. Nulla è impossibile se si ha voglia di fare. Io provengo da un contesto difficile, dove sembrava che senza raccomandazioni non si potesse andare avanti. Invece ho scelto di credere nel merito, nei risultati e nel lavoro quotidiano.
Quanto conta la volontà nel percorso di un imprenditore?
La volontà è tutto. È il motore che ti permette di superare ostacoli e momenti difficili. Si coltiva con l’impegno, con la responsabilità verso la famiglia e con il desiderio di costruire qualcosa di concreto. Quando hai un obiettivo vero trovi anche la forza per raggiungerlo.
Il tuo percorso professionale nasce nel mondo della vendita e della comunicazione.
Sì. Ho iniziato molto giovane, parallelamente agli studi universitari. Ho lavorato nell’ambito della comunicazione e della vendita legata a Publitalia 80 e al mondo Fininvest. Erano anni straordinari: quando parlavi di Canale 5, Italia 1 o Rete 4 si fermavano gli orologi. Noi proponevamo pacchetti pubblicitari a piccoli imprenditori che potevano finalmente promuoversi in televisione. Era una rivoluzione.
Che esperienza è stata lavorare in quel mondo?
Un’esperienza formativa incredibile. Ho imparato il valore della comunicazione, della formazione e soprattutto del marketing. Molti imprenditori vedevano in noi un’opportunità concreta di crescita. Non vendevamo solo pubblicità: offrivamo visibilità, fiducia, possibilità di espansione.
Hai conosciuto Silvio Berlusconi?
Sì, e ciò che mi colpì di più fu il suo sorriso. Trasmetteva coraggio, energia positiva. Ti faceva sentire che nulla fosse impossibile. Berlusconi ha cambiato il modo di comunicare in Italia e ha insegnato a una generazione di imprenditori che si poteva costruire qualcosa di grande partendo anche da contesti umili.
Parallelamente hai portato avanti gli studi universitari.
Esatto. Io avevo una grande passione per il marketing. Mi iscrissi inizialmente pensando all’economia, ma il professor Cercola della Federico II comprese che il mio percorso doveva essere diverso. Mi costruì un piano di studi innovativo, molto vicino ai modelli americani, unendo sociologia, economia, statistica, organizzazione aziendale e persino medicina. All’epoca in Italia una facoltà di marketing vera e propria ancora non esisteva.
Da studente sei diventato anche formatore.
Sì, ed è stata una soddisfazione enorme. Dopo la laurea fui chiamato a tenere seminari universitari sul management dei servizi sanitari. Per me insegnare è sempre stato naturale perché ho sempre fatto formazione sul campo. Trasferire esperienza e passione agli altri è qualcosa che mi appartiene profondamente.
Che ruolo ha l’empatia nel lavoro e nella formazione?
È fondamentale. Ma l’empatia deve aiutarti a comprendere la sofferenza senza esserne travolto. Nel settore sanitario questo è importantissimo. Bisogna capire le persone, ascoltarle e accompagnarle, ma mantenendo lucidità e professionalità.
Come nasce Medical Care?
Nasce nel 2005. A un certo punto mi sono chiesto: se riesco a costruire risultati per gli altri, perché non farlo per me stesso? Così è nata prima Serse e poi Medical Care. La mission è sempre stata l’umanizzazione della medicina. Non vedere il paziente come un numero o una patologia, ma come una persona.
Da dove nasce questa sensibilità verso il mondo sanitario?
Da una ferita personale. Quando avevo sei o sette anni persi mia madre in seguito a complicazioni durante un intervento. Quel dolore mi ha segnato profondamente e mi ha spinto a immaginare una medicina più umana, più vicina alle persone.
Ylenia, tu oggi fai parte attivamente di Medical Care.
Sì, e devo ringraziare mio padre. Avrei potuto scegliere altro, invece ho compreso la sua visione. Lui parlava di umanizzazione della medicina molto prima che questo concetto venisse inserito nei documenti ufficiali della sanità italiana. È sempre stato avanti.
Che cosa significa concretamente “umanizzare la medicina”?
Significa prendersi cura della persona nel suo insieme. Non solo curare una patologia, ma creare benessere emotivo e relazionale. Ad esempio abbiamo realizzato attività di pet therapy in strutture psichiatriche con risultati straordinari. Vedere il sorriso dei pazienti è stata una delle emozioni più forti.
Tu rappresenti anche la nuova generazione dell’azienda.
Sì, porto innovazione e digitalizzazione. Durante il Covid abbiamo lavorato molto in smart working e abbiamo aiutato tanti professionisti sanitari ad adattarsi alle nuove tecnologie: cartelle cliniche elettroniche, piattaforme digitali, sistemi di comunicazione. Oggi la sanità cambia velocemente e bisogna accompagnare questo cambiamento.
Che padre è stato Raffaele?
Molto presente. Nonostante il lavoro trovava sempre il tempo per la famiglia. Ricordo i viaggi, le vacanze improvvisate, le giornate insieme. Mi ha trasmesso i valori della famiglia, del legame e della libertà. Libertà nel senso di poter scegliere la propria vita senza rinunciare agli affetti.
Raffaele, oltre alla sanità hai anche una grande passione artistica.
Sì, amo il cinema, la musica e la scrittura. Fin da bambino prendevo le cineprese dei miei fratelli e giravo piccoli film. Oggi questo percorso si è trasformato nel progetto “Gli Angeli Silenziosi”, dove racconto storie che intrecciano musica, medicina e umanità.
Napoli quanto ha influenzato il tuo modo di essere?
Totalmente. Essere napoletani significa appartenere a una cultura senza tempo. Napoli è musica, emozione, colore, umanità. L’anima della città vive nei vicoli, nella confusione creativa, nei profumi, nelle persone. È una città che ti entra dentro.
Che consiglio daresti a un giovane imprenditore?
Non rinunciare mai. Churchill diceva: “Non arrendersi mai, mai, mai”. E aveva ragione. Servono sacrificio, visione, reputazione e correttezza. La reputazione è tutto: se lavori bene saranno gli altri a cercarti.
Quanto conta oggi la reputazione nel vostro settore?
Moltissimo. Noi collaboriamo con realtà importanti che ci hanno scelto proprio per la fiducia costruita negli anni. Durante il Covid molte strutture ci chiamavano quotidianamente perché avevano bisogno di aiuto. Questo per me vale più di qualsiasi premio.
Che cos’è per voi il successo?
Il successo non è solo personale. Io gioisco davvero quando vedo crescere le persone che lavorano con noi. Se i collaboratori raggiungono obiettivi importanti, quello è il premio più grande.
Cosa pensi se dico IBC?
La parola che mi viene in mente è “eccellenza”. Un progetto fatto da persone che mettono anima, professionalità e passione in ciò che fanno. Ed è bello poter condividere storie che possono essere d’ispirazione per altri.
Grazie Raffaele e Ylenia.
Grazie a voi, è stata una bellissima esperienza.
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D’Anna Stefano
Segretari
PMI International -
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