0

Amato Enza

Partiamo dal suo ruolo: che cos’è il Presidente del Consiglio Comunale e quali funzioni svolge nell’amministrazione?
Il Presidente del Consiglio Comunale è un organo previsto dal Testo Unico degli Enti Locali, eletto dall’aula all’avvio della consiliatura. Nel 2021, con l’insediamento dell’amministrazione guidata dal sindaco Gaetano Manfredi, i quarantuno consiglieri eletti a Napoli hanno scelto di affidarmi questo incarico. È una funzione super partes: in aula e nei rapporti con i gruppi politici rappresento l’assemblea democratica e ne garantisco il corretto funzionamento. C’è poi una parte complessa di raccordo procedurale e amministrativo con la giunta, gli uffici del sindaco e l’apparato comunale. È un compito impegnativo, che regala grandi soddisfazioni nel rapporto con la città.

Guardando indietro, che cosa sognava di fare da bambina?
Non ricordo esattamente il mio sogno d’infanzia, ma di certo non immaginavo di fare politica. Ho praticato a lungo la pallavolo; forse mi sarebbe piaciuto intraprendere una carriera nello sport.

Lei è laureata in sociologia: cosa le ha dato questo percorso e come incide nella sua attività istituzionale?
La sociologia mi ha trasmesso una notevole capacità di lettura del contesto circostante. Nel tempo, l’esperienza affina la teoria e consente di comprendere come si muove la società, quali sono i trend socio-economici e come si orienta una comunità rispetto ai fattori endogeni che la caratterizzano.

Ricorda la sua prima occupazione lavorativa?
Certamente, sono stata babysitter. Successivamente ho lavorato per un’agenzia assicurativa, vendendo polizze. Erano i lavori con cui mi mantenevo durante gli studi: dopo la prima retta universitaria, ho pagato tutto da sola. Ho sempre cercato l’indipendenza economica; l’idea di provvedere a me stessa con il denaro guadagnato mi ha sempre tenuta concentrata sugli obiettivi.

In quale momento ha deciso di dedicarsi all’impegno politico attivo?
È stato un percorso naturale. Sono una militante storica del Partito Democratico. Prima della mia candidatura al Consiglio Regionale della Campania ero segretaria di circolo. I circoli rappresentano il cuscinetto tra cittadini, municipalità e vertici di partito. A un certo punto ho compreso che, per incidere sui bisogni collettivi, era necessaria una rappresentanza istituzionale piena. Vengo inoltre da una famiglia in cui la politica è sempre stata presente: mio padre, Tonino Amato, l’ha fatta per molti anni e mi ha sostenuta con generosità all’inizio del mio percorso.

Nel PD convivono anime diverse, da quella comunista a quella cattolico-democratica. Com’è stato il confronto con queste sensibilità nelle sezioni?
C’era un confronto serrato tra chi operava nelle istituzioni e chi guidava il partito sui territori. Da segretaria ero un pungolo per gli amministratori: pretendevamo che ogni scelta nascesse da una linea condivisa, pur riconoscendo agli eletti la necessaria autonomia di mediazione. Ricordo quando votammo la mozione di fusione che diede vita al PD: ero iscritta ai DS a Fuorigrotta, ascoltavo i grandi discutere con passione e vidi persone piangere per l’emozione. Il Partito Democratico è stato un’intuizione necessaria per dialogare con la società moderna.

Quali figure hanno guidato la sua formazione ideale e politica?
Fin da piccola, la figura e gli scritti di Enrico Berlinguer sono stati la mia bussola. Inoltre, sono cresciuta respirando la vita di sezione: scrivevo manifesti a terra con i figli dei ferrovieri nella sezione del PCI a Via Divisione Siena, partecipavo alla diffusione de L’Unità e all’attacchinaggio. Quell’ambiente mi ha insegnato a non perdere mai il contatto con la realtà, ad ascoltare tutti e ad accogliere le critiche costruttive.

Il distacco tra cittadini e urne è sempre più marcato. Come si ricostruisce la fiducia nella politica?
La vera svolta democratica avverrà quando riporteremo almeno il settanta o l’ottanta per cento degli aventi diritto al voto. Oggi spesso si governa con mandati risicati. Per riavvicinare le persone occorre parlare con chiarezza dei problemi quotidiani: il lavoro, lo sviluppo delle imprese, la sicurezza — tema su cui la sinistra in passato ha tardato a esprimersi con nettezza — e le nuove povertà, che ormai toccano anche il ceto medio. Servono parole semplici, progetti comprensibili e candidati credibili.

Quanto conta la reputazione personale per chi ricopre un ruolo pubblico?
Conta tantissimo. Chi amministra deve dare sempre l’esempio: se commettiamo un errore, per un cittadino vale quadruplo. La reputazione si costruisce con la coerenza e il rigore, assumendo anche posizioni scomode ma sempre lineari. L’ambiguità è la peggiore mancanza di rispetto verso gli elettori. Bisogna tenere la testa sulle spalle, lavorare a testa bassa e non montarsi mai la testa.

La politica odierna sembra inseguire i consensi sui social network. Come si recupera una reale capacità di ascolto?
I consensi virtuali e i “like” non possono sostituire la realtà. Chi fa politica rischia spesso di isolarsi nella frenesia quotidiana e perdere la percezione autentica del sentire comune. Dovremmo moltiplicare le occasioni in cui noi rappresentanti ci sediamo in platea per ascoltare i cittadini, verificando di persona le criticità, dai refettori scolastici alla raccolta dei rifiuti. Spiegare le scelte senza cercare alibi è il dovere primario di chi governa. A Napoli in questi anni abbiamo lavorato sodo, senza scaricare colpe sul passato. Se grandi eventi internazionali scelgono la nostra città, è perché abbiamo costruito una solida credibilità.

Qual è l’insegnamento più prezioso che le ha trasmesso suo padre Tonino?
Mi disse di non dare mai nulla per scontato, a cominciare dal consenso, e di avere la massima cura delle persone. Ma soprattutto mi ricordò che, una volta eletta resti una donna di partito e rappresenti i diritti di tutti non solo di chi ti ha votato.

Che ruolo giocano gli affetti nella gestione di un incarico così assorbente?
Gli affetti sono tutto. Per una donna impegnata nelle istituzioni, avere una famiglia che ti supporta e comprende le tue assenze è essenziale. Di fronte alle difficoltà mi fermo, respiro e analizzo la situazione con lucidità. Poi prendo una decisione e vado avanti senza voltarmi indietro.

Quale consiglio si sente di dare ai giovani che desiderano avvicinarsi alla politica?
Suggerisco di fare militanza vera, senza la fretta di bruciare le tappe. La militanza insegna il senso della fatica e del lavoro collettivo. Ai ragazzi dico sempre di costruirsi un lavoro e una solida autonomia professionale: bisogna essere liberi di dire di no o di fare un passo indietro quando viene meno la passione. Li invito a frequentare i luoghi di confronto, dove è ancora possibile formarsi sul campo, discutere e misurarsi con le sfide del nostro tempo.

Aggiungi qui il testo dell’intestazione

Lascia un commento

Scroll to top