Benvenuto Carmine.
Benvenuti a voi.
Definisciti con un aggettivo?
Forse “coraggioso”, anche se non mi sento davvero tale. Però chi fa impresa è costretto a esserlo: navighi senza sapere cosa troverai in mare aperto, ma continui a mantenere la rotta. La paura esiste, ma non può fermarti.
Conta più il viaggio o la meta?
Il viaggio. È ciò che ti dà entusiasmo e voglia di andare avanti.
Di cosa ti occupi oggi?
Vengo da una famiglia di vetrai: dal 1891 produciamo vetro artistico e illuminazione. Con il tempo abbiamo ampliato l’azienda ai complementi d’arredo, esportando in tutto il mondo. Poi è arrivata Villa Claudia, che dal 2017 gestisco personalmente dopo un lungo periodo di formazione.
Come ti sei formato?
Prima osservando mio padre: per un anno sono stato la sua ombra. Poi ho incontrato persone decisive, come Marco Esposito di Villa Fattorusso, che considero un mentore. Mi ha insegnato tanto sul mondo della ristorazione e dell’accoglienza.
La vostra azienda ha seguito l’espansione della città di Napoli.
Sì. Mio nonno partì dalla Doganella, poi Secondigliano, Arzano e infine Casandrino. L’azienda si è spostata seguendo l’evoluzione della città.
Qual è stata la forza della famiglia Tammaro?
Più che maestri vetrai, siamo stati bravi a gestire aziende e a scegliere grandi artigiani. Questo ci ha permesso di crescere e arrivare nei mercati internazionali.
Quanto vale il Made in Italy nel mondo?
Moltissimo. Essere italiani è già un valore aggiunto. Moda, arredamento, food: il fascino italiano è riconosciuto ovunque.
Ed essere napoletani?
Oggi è una forza. Un tempo era quasi un limite, oggi invece Napoli rappresenta creatività, adattamento e velocità nel risolvere problemi. All’estero dico sempre: “Vengo da Napoli, dove è nata la pizza”. E tutti sorridono.
Da bambino cosa sognavi di fare?
Il papà. Volevo assomigliare a mio padre. Crescendo ho capito che non potevo essere la sua copia, ma dovevo trovare la mia strada.
Il tuo primo lavoro?
Sempre in azienda, partendo dal basso: etichette, reception, magazzino. Negli anni ’90 funzionava così.
Quando hai capito di dover prendere il timone?
Quando io e mio padre avevamo visioni diverse. Gli dissi: “Forse hai ragione tu, forse io, ma così non stiamo andando da nessuna parte”. Lui ebbe la saggezza di lasciarmi guidare.
È più difficile creare un’azienda o ereditarla?
Ereditarla. Chi parte da zero può tornare a zero. Chi eredita parte già da dieci: se scende a nove, ha perso.
Qual è stata la tua prima vera svolta imprenditoriale?
Le fiere internazionali. Ricordo ancora un sabato alle 14, alla fiera Ambiente di Francoforte: arrivò un cliente importante e fece un ordine enorme. Quell’ordine mi permise di partecipare alla fiera successiva. Da lì cambiò tutto.
Che cosa ti ha insegnato quel momento?
Che il successo arriva quando incontri le persone giuste, ma devi essere pronto. E soprattutto devi circondarti di collaboratori capaci.
Cosa provi quando grandi aziende internazionali scelgono la vostra realtà?
La soddisfazione non è vendere. È sapere che un leader mondiale si fida di te, della tua parola e della tua organizzazione.
Villa Claudia nasce come progetto imprenditoriale?
No, nasce come casa di famiglia. Poi è diventata un luogo dove amici e parenti si riunivano per festeggiare. Da lì è nata la vocazione per gli eventi.
Che responsabilità senti quando una coppia sceglie Villa Claudia?
Enorme. Ti stanno affidando uno dei giorni più importanti della loro vita. Non puoi sbagliare.
Quanto pesa la responsabilità verso i dipendenti?
Tantissimo. Tra vetreria e Villa Claudia ci sono decine di famiglie legate alle mie scelte. È un peso che senti ogni giorno.
Cos’è la reputazione per te?
È tutto. Significa mantenere la parola data, anche quando economicamente conviene meno.
Come definisci l’eccellenza?
Non è solo qualità. È l’emozione che riesci a trasmettere. Un vaso che arriva in una casa americana o una coppia che si emoziona a fine matrimonio: quella è eccellenza.
Esiste una ricetta per un evento perfetto?
No, ma esistono gli ingredienti: attenzione, passione e professionalità.
Quanto conta il lavoro di squadra?
È fondamentale. Nessuno cresce da solo. Bisogna creare un network di persone che crescano insieme a te.
Hai avuto dei mentori?
Sì. Mio padre mi ha dato le fondamenta. Mio zio l’audacia. Alcuni professionisti, invece, mi hanno insegnato a vedere oltre l’emotività e a prendere decisioni con lucidità.
Chi è il tuo modello imprenditoriale?
Sergio Marchionne. Un visionario capace di cambiare le regole del gioco.
Quanto conta la formazione continua?
Conta tutto. Io continuo a formarmi soprattutto online e attraverso ICE, che offre strumenti preziosi alle aziende che esportano.
Si smette mai di imparare?
Mai. Il mio rimpianto è proprio non aver studiato abbastanza.
Quanto è cambiato il mercato negli ultimi anni?
Non è cambiato: è stato rivoluzionato. Se non ti adatti, resti fuori.
La geopolitica oggi incide davvero sulle aziende?
Assolutamente sì. Guerre, dazi e crisi internazionali possono bloccare mercati e spedizioni da un giorno all’altro.
Cosa ti manca del passato?
Studiare di più. Forse oggi sceglierei psicologia: il marketing, in fondo, è psicologia applicata al commercio.
E guardando avanti cosa vedi?
Vedo il riconoscimento del lavoro fatto con passione, soprattutto per Villa Claudia.
Come hai vissuto il periodo del Covid?
È stato durissimo. Ma lì ho capito il valore delle persone che lavorano con me. In vetreria e in villa tutti si sono rimboccati le maniche. Lo chef aiutava persino nei lavori di ristrutturazione. Sono cose che non dimentichi.
Che consiglio daresti ai giovani?
Studiare e specializzarsi. Oggi la concorrenza è globale e bisogna essere preparati.
E agli imprenditori che dicono che il lavoro va male?
Bisogna capire dove si trova il problema e affrontarlo con lucidità. Le notti insonni servono anche a questo.
Riesci a goderti i successi?
Non molto. La vera soddisfazione è vedere un cliente tornare o una coppia felice del proprio matrimonio.
Cosa diresti ai tuoi figli?
Di seguire la loro strada con passione e lasciare un segno nel proprio cammino.
Grazie Carmine.
Grazie a voi.