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Marinella Maurizio

Benvenuto Maurizio Marinella
Buongiorno a Lei, è un vero piacere.

Dottor Marinella che data è per la Sua famiglia e per Napoli il 1914?
È la nascita di un miracolo fortemente voluto da mio nonno Eugenio, che desiderava creare a Napoli un piccolo angolo d’Inghilterra. A quei tempi la moda maschile guardava a Londra e quella femminile alla Francia. Mio nonno partì per scovare marchi leggendari: gli impermeabili Aquascutum, i profumi Floris e Penhaligon’s, gli ombrelli Brigg, i cappelli Lock. In negozio avevamo tutti articoli inglesi e due sole produzioni napoletane: cravatte e camicie. Definisco questo negozio un miracolo: venti metri quadrati, apertura alle 6:30 del mattino e quattro generazioni di fila. Facciamo cravatte, un oggetto che oggi si vende sempre di meno, eppure noi ne vendiamo sempre di più. Questa passione ci permette di stare in piedi dalle 6:15 del mattino fino alle 8 di sera.

Suo nonno decise di aprire alle 6:30 per intercettare la nobiltà che passeggiava nella Villa Comunale, insegnando ad annodare cravatte e papillon. Ci racconta questa intuizione?
Mio nonno scelse le 6:30 perché a quell’ora a Piazza Vittoria c’era la massima concentrazione della nobiltà napoletana. Li accoglieva in negozio per farli riposare e offriva loro da bere. La scrittrice Matilde Serao scrisse sul Mattino che era nato un negozio che assomigliava a una “farmacia di paese”, ovvero il luogo d’incontro dove si stabilivano le sorti della città. Da lì nacquero le lezioni di nodo per il papillon, che allora andava annodato a mano sul colletto inamidato. In quel minuscolo spazio si creava una magia incredibile. Personaggi come Visconti, Mastroianni, De Sica, De Filippo e Totò facevano a gara per esserci. Totò venne per quasi un anno a imparare il nodo. Mio nonno diceva sempre: “Totò ha un po’ di gobba, ma come porta lo smoking lui non lo porta nessuno”. 

C’era anche un’attesa quasi rituale per l’arrivo della merce dall’Inghilterra, annunciata da lettere scritte a mano da Suo nonno con una bellissima grafia.
Sì, la calligrafia allora era una vera forma d’arte. Quando mio nonno scriveva un invito sembrava un quadro; molti clienti le conservano ancora. C’era un’attesa straordinaria per l’arrivo della nave che scaricava in esclusiva le novità inglesi. 

Che cravatte amava indossare Vittorio De Sica?
De Sica portava cravatte leggermente più strette del normale, perché amava l’abito a doppio petto accollato, ma preferiva disegni geometrici o pois grandi. Attualmente stiamo lavorando con la nipote per riprendere i suoi disegni storici dall’archivio di famiglia e creare un museo itinerante. Di Eduardo De Filippo, invece, che ricordo conserva? Eduardo era un uomo straordinario. Era magrissimo e soffriva molto il freddo a teatro, dato che allora non c’era riscaldamento. Per questo ordinavamo per lui dall’Inghilterra dei mutandoni di lana lunghi e delle maglie pesanti a manica lunga che metteva sotto gli abiti di scena.

Voi avete servito tutti i presidenti del Consiglio e della Repubblica italiani, compreso Giulio Andreotti. Com’era nella scelta delle cravatte?
Andavo personalmente a casa sua. Era di un rigore estremo: preferiva cravatte strette e formali, con disegni piccolissimi su fondo blu. Solo raramente si concedeva una licenza al bordeaux, mantenendo sempre uno stile istituzionale. 

E qual è stato il Suo rapporto con Silvio Berlusconi? Si dice sia stato il vostro cliente più impegnativo.
È stato il nostro più grande ambasciatore. Quando divenne Presidente del Consiglio stabilimmo di realizzare per lui 400 cravatte al mese da regalare ai leader mondiali, con la scritta “Marinella per Silvio Berlusconi”. In ogni cofanetto non poteva mai mancare la classica cravatta blu e bianca a punta di spillo. Ricordo che il 17 dicembre di un anno della sua presidenza mi telefonò per farmi andare subito a Palazzo Grazioli. Voleva scegliere le cravatte con “i due Marinella” a cui voleva più bene: me e la sua segretaria storica, Marinella Brambilla. Mi chiese 2.500 cravatte per il giorno dopo; alla fine concordammo per 600 cravatte, lavorammo tutta la notte e le consegnammo in tempo. 

Tramite lui le vostre cravatte sono arrivate al collo di tutti i potenti della Terra, ma trentacinque anni fa rifiutaste un’offerta di Donald Trump.
Esatto, per Helmut Kohl le facevamo più lunghe di 65 centimetri e per Eltsin da 33. Abbiamo vestito tutti i Presidenti americani da Kennedy in poi, tranne Biden. Mio padre rifiutò la proposta di Trump di aprire gratis nella Trump Tower a New York, dicendomi: “L’America è lontana, noi dobbiamo stare a Napoli. Dimostriamo che si possono fare cose importanti partendo da Napoli, ma restando a Napoli”. Trump poi raccontò in un’intervista che l’unico piccolo negozio ad avergli detto no era stato Marinella. Nel 2017 la nostra cravatta è stata comunque esposta al MoMA tra le icone del design mondiale. 

Tra le tante cravatte realizzate, ne avete fatta una anche per il personaggio dei videogiochi Donkey Kong.
Quando la Nintendo ce la chiese, opposi resistenza perché non volevo associare il nostro nome a uno scimmione nudo. Mio figlio e i nostri giovani collaboratori mi convinsero. Andai al lancio a Milano quasi nascondendomi per la vergogna, ma alle sei di pomeriggio ho visto duemila persone entusiaste in strada che applaudivano. Uscire dalla propria zona di comfort riserva sorprese meravigliose. 

Lei sta lavorando al progetto dell’Università dei Mestieri a Napoli. Di cosa si tratta?
È un progetto con la Facoltà di Architettura per far nascere nel centro storico una “cittadella delle mani”. Oggi la parte più difficile è trovare giovani artigiani; intere aree storiche a Napoli, come la zona dei guantai, sono scomparsi. Nel 1997 la Principessa Camilla volle visitare il nostro laboratorio per vedere da vicino il lavoro delle sarte, scegliendo i tessuti del 1948, anno di nascita di Carlo, per fargli confezionare una cravatta su misura. Questo legame emotivo con il fatto a mano è ciò che non dobbiamo perdere. 

Se dovesse chiudere gli occhi, qual è il Suo ricordo d’infanzia più vivido legato al negozio?
Avevo otto anni e mezzo quando mio nonno e mio padre mi portarono in una stanza e mio nonno mi disse: “Maurizio, adesso sei grande, da domani scendi a lavorare in negozio”. Ho pianto, ma da quel giorno la mia vita è stata questa. A quattordici anni proposi di acquistare maglioni colorati anziché i soliti blu e grigio. Mio padre era scettico, ma furono i primi a essere venduti. Da quel momento capì che avevo la mente adatta al commercio. 

Maurizio, cosa vuole fare da grande?
Vorrei passare un testimone solido a mio figlio Alessandro e continuare a far parlare bene di Napoli nel mondo. In un sondaggio sui simboli di Napoli di qualche anno fa, al primo posto arrivò Maradona, al secondo Totò e al terzo Marinella, prima ancora di San Gennaro. Per me essere affiancato a questi miti è già un miracolo. Quale messaggio finale si sente di lanciare ai giovani? Voglio lanciare un messaggio di forte positività. Io ce l’ho fatta grazie all’impegno e alla passione. In un mondo in cui l’intelligenza artificiale sta prendendo il sopravvento, io continuo a battermi per trasmettere un’intelligenza artigianale, fatta di emozioni, relazioni umane e orgoglio per il nostro saper fare.

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