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La Vecchia Pasquale

Benvenuto Pasquale.
Grazie.

Presentati con un aggettivo.
Personalmente: Affidabile.
Professionalmente, qualitativo.

Di cosa ti occupi nella vita?
Mi occupo di tessile in senso ampio: tutto ciò che riguarda il tessuto per la casa e gli ambienti esterni. Tendaggi, rivestimenti per divani, arredi da giardino, tende da sole e soluzioni tecniche che si sono evolute nel tempo. È un lavoro che trasforma uno spazio vuoto in qualcosa di vissuto. Gli dà carattere, identità, anima.

Da piccolo cosa sognavi di fare?
Da piccolo aiutavo mia madre ad appendere le tende. Dicevo sempre sì, ma dentro di me pensavo: “questo lavoro non lo farò mai.” Mi sembrava troppo duro, fisicamente scomodo, quasi devastante. C’erano scale, posizioni difficili, spazi stretti. Pensavo che non sarebbe mai stata la mia strada. E invece, la vita aveva altri progetti.

Che studi hai fatto?
Ho iniziato studiando pianoforte dalla quinta elementare. All’inizio era un rifugio, poi è diventato un percorso serio, con esami e studio costante. Ho sostenuto il primo esame di solfeggio a Salerno e altri successivamente fino al quinto anno a Campobasso. Poi mi sono diplomato e il percorso si è interrotto con il servizio di leva.

Cosa ha rappresentato il militare per la tua generazione?
Per me è stato un impatto molto forte. Venivo da un contesto familiare piuttosto chiuso e il militare fu uno shock: rigidità, durezza, dinamiche pesanti. Lì ho capito una cosa importante: volevo stare nel mondo, ma con dignità e rispetto reciproco.

Possiamo dire da protagonista e non da comparsa?
Direi più da “presenza sospesa”. C’ero, ma non completamente. Era una sensazione che mi accompagnava già da tempo: vivevo relazioni e situazioni sentendomi spesso fuori posto, come se dentro convivessero rabbia, sensibilità e desiderio di emergere.

Questo contrasto che conseguenze ha avuto?
Per anni mi sono sentito disorientato.
Non stavo bene con gli altri, ma nemmeno da solo. Mi svegliavo ogni giorno con un peso addosso, finché è arrivato un momento di rottura in cui ho capito che dovevo cambiare direzione. Da lì è iniziata una ricerca continua: persone, esperienze, percorsi. Oggi capisco che in quel caos stavo costruendo ordine interiore.

Quanto è stato importante il lavoro?
Fondamentale. Il lavoro non è stato soltanto sostentamento economico. È stato: struttura, identità, concretezza. Mi ha insegnato che potevo trasformare la mia energia in qualcosa di reale e utile.

Il tuo lavoro è sogno o storia?
Entrambe le cose. Ma oggi direi soprattutto storia. I sogni cambiano continuamente. La storia invece è ciò che costruisci ogni giorno. E oggi il sogno più grande, per me, è la relazione. Per tanti anni ho vissuto più nella solitudine che nella condivisione.

Hai costruito l’idea di “fare da solo”?
Sì, per molto tempo. Era quasi un meccanismo di difesa. Gestivo tutto da solo, anche studiando mentre lavoravo, con ritmi estremi. Ma quel modo di vivere mi ha portato a un forte sovraccarico mentale.

Come ne sei uscito?
Riempendo la mente di impegno, fino quasi a stancare quelle nevrosi che mi accompagnavano. È stato un periodo durissimo, ma in qualche modo efficace. A un certo punto ho ritrovato lucidità e ordine.

Oggi come vivi il tuo lavoro?
Con presenza totale. Quando lavoro, partecipa tutto il corpo. Ogni gesto è consapevole, ogni dettaglio conta. È una concentrazione piena che mi dà soddisfazione profonda.

Il tuo lavoro influenza anche il tuo modo di vedere gli spazi?
Moltissimo. Spesso entro in una casa e percepisco un’energia che cerco di tradurre nel progetto. È quasi un dialogo tra lo spazio e ciò che realizzo. E quando sento fiducia, tendo a dare anche più di quanto pattuito.

Che cos’è per te la reputazione?
Saper stare nel mondo.Con: rispetto, equilibrio, coerenza.Essere affidabili, mantenere la parola data, esserci senza sovrastare gli altri.

Come si diventa eccellenza?
Con la qualità. Ma la qualità, per me, non riguarda solo il prodotto: riguarda il rispetto della persona. Essere puntuali.
Comunicare con chiarezza. Mantenere gli impegni. E soprattutto: non mettere il denaro al centro, ma la soddisfazione della persona.

Hai avuto dei mentori?
Sì, molti. Forse anche troppi in alcuni momenti, e questo mi ha creato confusione. Ma da tutti ho imparato qualcosa. Poi, a un certo punto, sono diventato mentore di me stesso.

Oggi chi è il tuo vero mentore?
Il mio corpo. Le mie sensazioni. Sono loro che mi guidano. Se qualcosa non mi fa stare bene, non la porto avanti, anche se razionalmente potrebbe sembrare una buona occasione.

Come affronti le difficoltà?
Con il respiro. È la prima cosa che mi aiuta a rimettere ordine. Fermarsi un attimo e respirare cambia la prospettiva di una situazione.

Cosa riprenderesti della tua infanzia?
L’odore del fiume. Era il mio momento di libertà assoluta. L’unico spazio in cui sentivo leggerezza vera. Quell’odore era libertà.

Che rapporto hai con i soldi?
Non sono mai stati la mia priorità. Li vedo come una conseguenza del lavoro, non come il fine.

Cosa consigli agli imprenditori?
Accettare l’errore. Sbagliare, imparare e riprovare. La paura di sbagliare è ciò che blocca davvero le persone.

E ai ragazzi che studiano?
Che lo studio non finisce mai. Ti tiene vivo, ti apre la mente e cambia il modo in cui guardi il mondo.

Si sbaglia o si impara?
Si sbaglia per imparare. E si impara per sbagliare meno.

Che messaggio daresti ai tuoi figli?
Imparare a respirare, ascoltarsi e amarsi. È la base di tutto.

Quanto conta il Made in Italy e il lavoro manuale?
Moltissimo. L’unione tra mani e intelligenza crea valore reale. È una forma di nuovo umanesimo: equilibrio tra pensiero e azione.

Cosa vuoi fare da grande?
Vorrei giocare di più. Anche lavorando.

Che rapporto hai con il tempo?
Non vivo dentro l’orologio. Vivo dentro ciò che faccio.

Come ti è sembrata questa intervista?
Molto spontanea. Non l’ho preparata. L’ho vissuta momento per momento.

Grazie Pasquale.
Grazie a voi.

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