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D’Anna Stefano

Benvenuto Stefano D’Anna.
Grazie a voi, è un piacere essere qui.

Che bambino eri e cosa ti ha lasciato la tua famiglia?
Io sono cresciuto in una famiglia dove il lavoro aveva un valore quasi sacro. Mio padre aveva un’attività commerciale e io sin da piccolo ho vissuto il negozio come una seconda casa. A quattordici anni già compilavo dichiarazioni dei redditi con la carta copiativa. Ho sempre avuto a che fare con i numeri e con la burocrazia. Ma soprattutto ho imparato il valore della presenza, della dedizione e della parola data. Mio padre tornava a casa tardi la sera, spesso stanco, ma vedevo nei suoi occhi il senso del sacrificio. Da lui ho imparato che la stretta di mano vale più di qualsiasi contratto.

Oggi molti giovani vedrebbero quelle esperienze come sacrifici eccessivi.
Può darsi, ma io non cambierei nulla. Quelle giornate in negozio erano momenti di condivisione con mio padre. Pulire il locale, sistemare la vetrina, stare dietro al banco: non era sfruttamento, era tempo trascorso insieme. Oggi forse manca proprio questo, la condivisione autentica tra genitori e figli.

Quanto hanno contato i tuoi genitori nella tua formazione personale e professionale?
Hanno contato tantissimo. Mia madre rappresentava il lato affettivo della famiglia, il focolare domestico. Mi ha insegnato ad aiutare gli altri, non soltanto economicamente, ma anche con una parola o con l’ascolto. Mio padre invece mi ha insegnato il senso del dovere. Sono due valori che oggi porto ancora dentro di me e che cerco di trasferire nel lavoro e nei rapporti umani.

Quando hai capito che la tua strada sarebbe stata quella professionale che vivi oggi?
Credo molto presto. La figura del commercialista mi affascinava perché la vedevo come quella di chi aiuta a risolvere problemi. Crescendo ho capito che non mi interessava soltanto il numero in sé, ma il rapporto umano che c’è dietro ogni attività. Oggi continuo a vedere il mio lavoro come un supporto concreto a imprenditori, famiglie e cittadini.

Diventare eccellenza cosa significa per te?
Secondo me non te ne rendi conto subito. Lo capisci col tempo, quando l’azienda inizia a camminare autonomamente, quando non ricevi più telefonate continue dai clienti o dai collaboratori perché tutto funziona bene. Anzi, quando ti chiamano è per farti i complimenti per il lavoro svolto da un collega. Quello è il segnale che hai costruito qualcosa di sano. Però non deve mai essere un punto di arrivo: bisogna sempre alzare l’asticella.

Hai un approccio molto particolare verso i dipendenti.
Io infatti non li chiamo dipendenti, ma colleghi. Perché facciamo parte della stessa squadra. Il compito di un imprenditore è capire i punti di forza delle persone e aiutarle a esprimersi. Un’azienda funziona come una squadra di calcio: ognuno deve conoscere il proprio ruolo e giocare per il risultato comune. Se si lavora insieme, il risultato arriva.

Questa visione si riflette anche nel progetto Quick PA. Di cosa si occupa esattamente?
Quick PA nasce dall’idea di semplificare il rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione. Oggi per molti è difficilissimo orientarsi tra INPS, Agenzia delle Entrate, pratiche burocratiche e servizi digitali. Noi vogliamo essere un intermediario affidabile tra cittadini, professionisti, imprese e pubblica amministrazione.

Il vostro lavoro è anche educativo.
Assolutamente sì. Oggi tanti cittadini si trovano spaesati davanti alla burocrazia. Noi vogliamo accompagnarli e renderli consapevoli. La tecnologia deve aiutare le persone, non complicare ulteriormente la loro vita.

Hai parlato molto spesso di confronto e dialogo. Quanto conta il confronto nella crescita professionale?
Conta tantissimo. Le critiche, se costruttive, aiutano a migliorare. Ogni confronto è un’occasione per capire se stai sbagliando qualcosa oppure se puoi perfezionare un progetto. Nessuno ha la verità assoluta. Bisogna ascoltare e poi fare sintesi.

Parliamo della tua passione per la politica. Cos’è per te la politica?
La politica è passione e partecipazione. Per me è una naturale estensione dei valori in cui credo. È difesa del territorio e attenzione verso i cittadini. Io credo molto nella Campania e in Napoli: non penso che si debba necessariamente andare via per realizzarsi. Ognuno di noi deve fare la propria parte nel quotidiano, anche nelle piccole cose.

Hai citato anche Socrate e Aristotele nella riflessione sulla politica.
Perché il confronto è fondamentale. Socrate sosteneva che dal dialogo nasce la verità, e Aristotele parlava dell’importanza della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Oggi invece spesso ci si limita ai social, ai commenti aggressivi, alle polemiche sterili. Io credo molto di più nel dialogo diretto, nel confronto reale, magari davanti a un caffè.

Secondo te i social hanno peggiorato il dibattito pubblico?
In parte sì. Hanno dato voce a tutti, ma spesso senza responsabilità. Oggi ci sono tanti “leoni da tastiera” che criticano senza partecipare davvero. La partecipazione vera richiede presenza, confronto e coraggio di metterci la faccia.

Parliamo dei giovani. Cosa manca alle nuove generazioni?
Più che mancare qualcosa, credo che vivano in un mondo completamente diverso dal nostro. Noi siamo cresciuti giocando per strada, con il Super Santos, con appuntamenti fissati al citofono. Oggi invece tutto passa attraverso il telefono. Vedo bambini nei ristoranti con il cellulare in mano e genitori che fanno lo stesso. Manca spesso il dialogo reale.

Che rapporto hai con i tuoi figli?
Molto presente ma non oppressivo. Credo che oggi i ragazzi abbiano bisogno di attenzione e strumenti, non di imposizioni. Devono essere messi nelle condizioni di poter scegliere liberamente il proprio futuro. Noi genitori dobbiamo dare loro basi solide e valori autentici. Mi piacerebbe fare qualcosa per i ragazzi attraverso lo sport, soprattutto nell’atletica leggera. Lo sport insegna disciplina, sacrificio e rispetto.

Qual è il tuo concetto di leadership?
Una leadership sana deve essere fondata sull’esempio. Chi guida deve essere il primo a mettersi in gioco. Io credo molto nella frase “metterci la faccia”. Le persone devono vedere che lavori davvero per gli obiettivi che dichiari.

Hai avuto dei mentori nella tua vita?
Sicuramente la mia famiglia, mio fratello e tutte le persone che hanno fatto parte del mio percorso. Ma anche i collaboratori insegnano tantissimo. Ogni persona che incontri può lasciarti qualcosa.

Cosa pensi se dico IBC?
Penso all’eccellenza autentica. Ma soprattutto penso alla possibilità di raccontarsi davvero, senza filtri. Questa intervista mi ha fatto ripercorrere tanti momenti della mia vita e mi ha dato modo di riflettere sul percorso fatto fino a oggi.

Da grande cosa vuoi fare?
Voglio continuare a fare quello che sto facendo, ma anche dare sempre di più alla collettività. Oggi la mia priorità sono i miei figli, la loro crescita e la loro formazione. In futuro però mi piacerebbe impegnarmi ancora di più per il territorio e per i giovani. Credo che investire sui ragazzi significhi investire sul futuro della nostra società.

La partecipazione è al centro di tutto.
Assolutamente. Nessuno ha più il diritto di lamentarsi senza partecipare. Dobbiamo sporcarci le mani tutti quanti, confrontarci, dialogare e costruire insieme qualcosa di concreto.

Grazie Stefano.
Grazie a voi.

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